“Nulla è perduto”: a Illegio l’arte della vita

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Quest’anno la piccola e meravigliosa comunità di Illegio ci ha fatto dono di una mostra che ha un valore, se possibile, ancora più significativo delle passate edizioni: “Nulla è perduto”, un titolo capace di scuotere da subito; in un momento come quello che stiamo vivendo, costretti a combattere contro l’insidiosa pandemia, ad Illegio si celebra la vita e la bellezza che non si arrendono.

L’audacia e la provocazione mi toccano da subito. Decido di visitare la mostra durante una tiepida giornata di settembre, imbattendomi nell’abituale paesino silenzioso e delicato di sempre. Condivido qualche impressione personale sull’esperienza e sul progetto, consigliandone la visita a chiunque, ma in particolare a quanti si stanno interrogando, come me, su speranza e futuro: in un momento in cui la società intera appare così fragile e sfiduciata, potrà nascere un pensiero davvero nuovo che ci spinga ad accettare la sfida più impegnativa del nostro tempo, trovando nuovi modi di vivere e convivere sul Pianeta Terra?

Il racconto di “Nulla è perduto” scalda il cuore e scuote la coscienza.

La Pieve di San Floriano a Illegio, un gioiello raggiungibile agevolmente da Illegio

PROTAGONISTA LA BELLEZZA SCOMPARSA, PRODIGIOSAMENTE RIAPPARSA

L’idea di fondo dell’artefice della mostra, don Alessio Geretti, fondatore del comitato di San Floriano di Illegio e curatore delle straordinarie rassegne da almeno vent’anni, è, di per sè, geniale: “Nulla è perduto” si propone come un viaggio attraverso opere che non è più possibile vedere al mondo, distrutte o perdute, andate in cenere durante incendi fortuiti  o devastazioni belliche o anche dimenticate e tornate straordinariamente alla luce grazie alle tecnologie di Factum Arte, l’organizzazione spagnola che attraverso una straordinaria equipe di storici, artisti e restauratori, ha reso possibile la rinascita di opere perse, riproducendone ogni dettaglio, compresa la tridimensionalità delle pennellate. 

Dettaglio della vetrata della cattedrale di Chartres, realizzata da Sandro Tomanin per Illegio

KLIMT, MEDICINA E IL MESSAGGIO CHE CI CONSEGNA

La visita della mostra conferma uno dei fattori che ne hanno decretato il successo fin dall’inizio: il visitatore non viene lasciato solo nel confronto con l’opera d’arte ma accompagnato con delicatezza nella sua storia. Quest’anno ho scelto l’audioguida e la voce del curatore Don Alessio per immergermi nelle opere e nelle loro storie. Medicina di Gustav Klimt, tra tutte: nel 1894 l’artista, oggi tra i più celebrati al mondo, viene incaricato di realizzare una serie di allegorie per il soffitto dell’aula magna dell’università di Vienna. Le tele dovevano rappresentare i valori dell’ateneo, esaltando le scienze razionali e i loro effetti positivi in ambito sociale. Giurisprudenza, Filosofia e Medicina sono i tre soggetti realizzati dall’artista che, prendendo posizione, si rifiuta di offrire una visione razionale del mondo.

Medicina, splendidamente riprodotta sul soffitto di una delle stanza della mostra, non celebra i traguardi scientifici, ma un’umanità sull’orlo del baratro, vittima di una crisi sociale, politica e psicologica

L’opera presenta dei corpi fluttuanti (tra cui donne incinte, bambini, vecchi e scheletri) che simboleggiano lo scorrere della vita, nelle sue tappe principali: nascita, crescita, generazione, morte.

Igea, il cui nome deriva dal greco Ὑγίεια e significa proprio  “salute o rimedio” dunque medicina

Dall’insieme si distacca una figura femminile nuda che rappresenta la liberazione dal dolore. Un quadro radicale e insolito, dove tuttavia in primo piano risalta Igea, dal greco “salute o rimedio”, dea della salute, e figlia del dio della Medicina, Esculapio, che viene posta al centro a fare da tramite tra il dramma umano e l’occhio dello spettatore. Ho osservato a lungo l’opera, confusa e catturata dalla sua potente forza comunicativa.

La medicina oggi più che mai è la scienza umana per eccellenza, attraversa i luoghi del dolore, ponendosi di fronte alle esperienze limite dell’uomo: la morte e la paura.

Viviamo un momento storico che, per la sua globalità, non ha precedenti: anche oggi la scienza e la tecnologia, dominano le nostre vite, sono il nostro ambiente naturale tanto che l’uomo non è quasi più al centro. Per questo, forse assistiamo ad un degrado dei rapporti umani, delle relazioni autentiche, dell’umanità, perché le ragioni dell’economia globalizzata sono quelle dell’utilità, a discapito dei valori del bello, del buono, del sacro, dell’intimo. La pandemia ci ha mostrato tuttavia come la scienza sia fondamentale ma non sufficiente a salvarci: società civile, solidarietà e gratuità  hanno finalmente dato segnali di vita, offrendo una speranza a questa civiltà assediata dagli interessi e dalla velocità del tempo. Non so se la provocazione di Klimt tendesse a questa conclusione ma il mio pensiero è andato a questo stato di anestesia emotiva, morale e sociale in cui viviamo da tempo e di cui soffriamo e a quegli straordinari esempi di solidarietà collettiva e civile che abbiamo vissuto negli ultimi mesi  e che finalmente hanno riacceso quella sana passione fatta di complicità e appartenenza, pensiero alternativo e comunità.

La ragione non conta niente di fronte alla vita.” Cesare Pavese

VAN GOGH, I GIRASOLI E L’ARTE DI GIRARSI VERSO CIO’ CHE CONTA

Nel caldo agosto di Arles in Provenza, Van Gogh trascorreva ore nei campi ad osservare i girasoli che dipingeva continuamente ed intensamente: “Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori avvizziscono così rapidamente” scriveva al fratello Theo.

Vaso con cinque girasoli, il secondo quadro della serie, viene acquistato da un collezionista giapponese, Koyata Yamamoto, per la sua residenza nel quartiere Uchide di Ashiya ma, nel 1945, la città subì ben quattro incursioni aeree da parte dell’esercito americano sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. Durante l’attacco finale, nello stesso giorno in cui la bomba atomica veniva sganciata su Hiroshima, ottantanove persone furono uccise e l’abitazione di Yamamoto fu una delle quasi tremila case rase al suolo. Anche il Vaso con cinque girasoli scomparve tra le ceneri. Il capolavoro torna a rivivere grazie alla rimaterializzazione degli esperti di Factum Arte: poterlo ammirare a Illegio è di per sé già un piccolo miracolo, poterne ascoltare la storia in un contesto intimo e raccolto un privilegio. Sono 11 le serie di girasoli giunte a noi, anche se probabilmente erano di più, a giudicare da alcune lettere che Van Gogh scrisse al fratello Theo, cui era molto legato e che come mercante d’arte per tutta la vita ne sostenne il talento. Si, perché Van Gogh non fu affatto una figura facile: descritto come mite, schivo, poco propenso alla chiacchiera, scappò presto da Parigi, troppo caotica, frenetica, una metropoli che lo disorientava. Personalità controversa: febbrile, angosciato, depresso in maniera irreversibile, un infelice, vede nella pittura, il proprio riscatto, la propria terapia.

Van Gogh dipinge il Vaso con cinque girasoli nel 1888

E guardando il Vaso con cinque girasoli, simbolo di luce, ottimismo, intensità e quel giallo, totalizzante, steso con pennellate dense, materiche quasi reali mi è parso di intravedere quel mondo di luce, che nonostante la grande inquietudine interiore, l’artista aveva dentro e consegnava ai posteri. Per uno scherzo del destino le sue opere cominciarono ad attirare l’interesse dei grandi mercanti solamente negli ultimi mesi della sua vita. Del resto, lui per primo, come uomo e come pittore si sentì sempre un fallito: “ Sento quanto io sia inferiore a tanti pittori belgi dotati di enorme talento; per quanto mi riguarda, io sono votato all’infelicità e all’insuccesso”.

C’è sempre qualcosa di incomprensibile nella scansione del destino, e anche nei momenti più bui e scuri dell’esistenza l’uomo è capace di generare straordinarie testimonianze di immensità, senza neppure accorgersene.

E’ il 1890, all’età di 37 anni Vincent Van Gogh si spara un colpo di pistola al petto, ponendo fine alla sua vita. Il funerale ebbe luogo il giorno dopo, la sua bara ricoperta da dozzine di girasoli, quei fiori che amava tanto, che, come lui, non potevano essere dei numeri uno, ma sapevano appassire splendendo.

Che cosa sarebbe la vita se non avessimo coraggio di correre dei rischi?” Vincent Van Gogh

Le storie ispirano e aiutano a vivere meglio, ne sono convinta. Sono come delle guide di sopravvivenza, di cui necessitiamo ogni giorno per affrontare la difficile quotidianità. Grazie a Illegio, a don Alessio Geretti e al Comitato per aver organizzato anche quest’anno qualcosa di davvero speciale

Una mostra d’arte? Non solo. Un viaggio in un vortice di racconti affascinanti, dove l’arte si lega a storie umanissime, tutte vere.

Tutte accadute nei momenti storici e nei luoghi più diversi, tutte autentiche storie di vita a cui ognuno di noi può trarre la propria piccola lezione. Del resto la vita, che ci piaccia o no, è un’opera d’arte. E per viverla, come esige l’arte della vita, dobbiamo essere capaci di affrontare sfide difficili, tentando l’impossibile, o per lo meno confidando nelle nostre capacità di fare la differenza nel rendere la vita bella, armoniosa e dotata di senso e significato come i pittori, fanno con le loro opere. Sfida davvero audace, di questi tempi, e Illegio ci offre anche quest’anno una grande lezione: niente di tutto quello che viviamo, soffriamo, creiamo, andrà perduto. E anche questi giorni complicati, hanno un loro significato e una loro grandezza, che non andrà persa.

La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no.” Zygmunt Baumann

Le mele di Illegio, opere d’arte anch’esse

INFORMAZIONI PRATICHE PER VISITARE LA MOSTRA

La mostra internazionale d’arte di Illegio “Nulla è perduto” sarà visitabile fino al 13 Dicembre 2020. Per motivi di sicurezza quest’anno la prenotazione è obbligatoria (può essere effettuata anche solo pochi minuti prima qualora ci siamo posti disponibili in quello specifico slot orario). L’uso della mascherina nei locali della mostra è obbligatorio in ottemperanza alle disposizioni vigenti in material di contenimento dell’epidemia da Covid19. Si richiede di presentarsi in mostra almeno 10 minuti prima della visita così da poter acquistare il biglietto ed entrare in perfetto orario.

Qui il link per effettuare la prenotazione.

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