Distillerie di montagna: a Cabia, in Carnia, pace, grappa e amari confortano l’animo

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Altissimi, purissimi e decisamente buonissimi. Sono gli spiriti prodotti dalla storica e ormai unica distilleria Casato dei Capitani di Cabia, frazione di Arta Terme, nel cuore della Carnia, nota sin dal 1.600 proprio per la produzione di distillati di frutta.

A raccontarci la sua storia, Matteo Gortani, giovane imprenditore e ultimo discendente della famiglia che da oltre 3 secoli distilla grappe e elisir in Carnia.

CABIA, IL BORGO DA SECOLI CUSTODE DELLA TRADIZIONE DELLE DISTILLERIE DI MONTAGNA

Cabia rappresenta un piccolo ma graziosissimo borgo in comune di Arta Terme che da diversi secoli rappresenta il fulcro della produzione di grappa e distillati della montagna friulana. Lo si raggiunge con una comoda ma ripida e molto tortuosa strada asfaltata di circa 3 km che sale direttamente dal capoluogo. Con i suoi 753 metri di altitudine è uno splendido balcone naturale sulla valle del Tagliamento: la raggiungiamo in una grigia domenica di mezza estate.

Cabia è una frazione del comune di Arta Terme (UD) e si situa all’altezza di 753 m slm

La posizione favorevole di Cabia e lo splendido panorama a cavallo fra la Valle di Incarojo e quella del Bût, ne fa uno dei luoghi più interessanti della vallata. Qui il paese volge lo sguardo alla pieve di San Pietro a Zuglio.

Ci accoglie un borgo silenzioso, virtù propria a molti paesi in Carnia, tuttavia è nei giardini,  negli orti curati e nelle terrazze rigogliose di colori e fiori che ritroviamo la mano di uomini e donne operosi, profondamente legati al proprio territorio.

Come lo sono stati i loro antenati che sin dal tempo del maggiore splendore della Serenissima, agli inizi del 1700, andavano e venivano per necessità, emigrando spesso in territori lontani e ritornando con cultura e saperi nuovi.

Fu proprio un carnico di Cabia, arruolatosi capitano nelle milizie marciane, che dopo aver prestato servizio nei territori slavi dell’entroterra dalmata, riportò in patria, perfezionandola, l’esperienza di trarre dalla frutta, attraverso la sua fermentazione e l’utilizzo degli alambicchi, una profumata e robusta acquavite.

All’ingresso del paese alcuni murales raccontano la nascita dell’arte della distillazione in paese

L’attività si diffuse rapidamente in tutte le famiglie del piccolo borgo, tanto che all’inizio del ‘900 Cabia poteva vantare 12 distillerie registrate . Oggi l’ultima, tenace, tra le distillerie di montagna a resistere a Cabia è guidata dall’intraprendente Matteo Gortani, ultimo discendente che da oltre tre secoli si cimenta con grappe e distillati.

Il Casato dei Capitani è oggi l’unica distilleria rimasta in paese

ANDARE A “LAMBICAR”: AL CASATO DEI CAPITANI I LIQUORI PARLANO DI TERRA E PASSIONE

Riscoprire la cultura delle distillerie di montagna, è una tendenza sempre più diffusa  in Italia e nel mondo. Il nostro visitare l’unica distilleria di Cabia e dialogare con Matteo Gortani, suo rappresentante, è stato un modo per conoscere quel luogo, la sua storia, le sue antiche passioni.

Matteo Gortani, ultimo discendente della famiglia di distillatori di Cabia (photo credit: Gigliola Di Piazza)

La sensazione entrandovi è quella di un borgo che raccoglie l’eredità di intere generazioni alle prese da secoli con materie prime locali freschissime e l’uso di alambicchi di ogni sorta.

Il cavallo di battaglia è sicuramente lo sliwowitz (o slivovitz), un distillato ricavato esclusivamente dalle prugne che, dopo una lunga ed accurata lavorazione, diventa un liquore assolutamente incolore e dalla trasparenza cristallina che può raggiungere la gradazione di 45 e più gradi alcolici.

Siamo fortunati, Matteo ci accoglie nel piccolo punto vendita proprio nell’ultima giornata di apertura prima delle tanto sospirate ferie estive. Si, perché lui è l’ultimo dei distillatori di Cabia, e portare avanti passione e lavoro è attività di grande impegno e sacrificio.

L’ARTE DELLA DISTILLAZIONE SECONDO MATTEO GORTANI

I segreti della distillazione hanno origini lontanissime. Una tradizione a cui si aggiungono le innovazioni portate dalle moderne tecnologie che, nel caso dei distillatori artigianali, completano ma non sostituiscono quando tramandato dal passato.

A questa antica arte ognuno ci arriva per una strada diversa. C’è chi una distilleria la eredita e chi impara a distillare sul campo non per acquisita “discendenza” ma quasi per una vocazione naturale. A cui si aggiungono studio e passione.

Così ci sembra sia avvenuto per Matteo, nato e cresciuto tra alambicchi e frutta. Il carattere è quello tenace e schietto della Carnia, la fierezza è quella del “mastro distillatore”.

Matteo Gortani nel suo laboratorio (photo credit: Gigliola Di Piazza)

Cosa ti ha portato a continuare la tradizione di famiglia?

Sono cresciuto distillando sliwoviz, tradizione di famiglia. E’ il liquore che più mi sta a cuore perché parla della storia di questa terra: è un acquavite di prugne prodotto, storicamente, in Bosnia ed Erzegovina ma anche in Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca che molto probabilmente è stato tramandato qui grazie alle molte storie di emigrazione delle nostre genti. E’ un prodotto molto sofisticato e laborioso, prevede una tripla distillazione del fermentato e una maturazione lunga, fino a 5 anni. Nei paesi dell’Est viene sorseggiato in piccoli bicchieri come aperitivo, mentre nelle nostre zone viene utilizzato come digestivo.”

I prodotti di punta della distilleria (photo credit: Gigliola Di Piazza)

Oltre allo sliwoviz, hai sviluppato negli anni altri prodotti molto interessanti…

Amo sperimentare, cercando sempre nuove strade, nel rispetto della tradizione. Abbiamo puntato molto sui distillati e sugli elisir a base di frutta che cerchiamo di acquistare il più possibile localmente per contribuire a creare un prodotto locale e genuino.”

Elisir di cumino, frutti di bosco, lamponi, more: cosa hanno di diverso dalle comuni grappe alla frutta?

La base. Ovvero io non aromatizzo una grappa ma scelgo la frutta e la lascio in infusione nel distillato di uva bianca: la delicatezza di questi liquori è data dal distillato di uva bianca in cui le more, i lamponi, le fragole o i mirtilli sprigionano tutto il loro sapore e la loro fragranza”.

Distillare in montagna è anche in qualche modo esprimere la cultura e i valori del territorio, cosa raccontano i tuoi prodotti?

Autenticità, radici e desiderio di convivialità. In fondo nella cultura italiana non esiste pranzo o cena che si rispetti senza una degna conclusione a base di grappa o liquore. E’ cultura, è convivialità, è l’identità del nostro paese.”

E il nostro augurio a Matteo è quello di continuare con fiducia e ottimismo questo mestiere tramandato nei secoli, così “lento, filosofico e silenzioso” (cit. P. Levi) eppure così vitale per l’identità di un popolo e di una cultura.

Salute, quindi!

Distillare è bello. Prima di tutto, perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi, perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, all’in su ed all’in giù, si raggiunge la purezza, condizione ambigua ed affascinante, che parte dalla chimica ed arriva molto lontano. E finalmente, quando ti accingi a distillare, acquisti la consapevolezza di ripetere un rito ormai consacrato dai secoli, quasi un atto religioso, in cui da una materia imperfetta ottieni l’essenza, l’«usìa”, lo spirito, ed in primo luogo l’alcool, che rallegra l’animo e riscalda il cuore.” Primo Levi

Photo Credit: Gigliola Di Piazza

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